Fa la cosa giusta.

di Studio legale Porci & Cane

Uno pensa di andare al lago per stare tranquillo, per rilassarsi un po’. Leggere un buon libro dopocena alla luce calda e gialla e rassicurante di una candela (non profumata, quella è roba da checche), come il vecchio Kerouac da solo nella sua baita a Big Sur, nel nord della California, dove l’Oceano arrabbiato s’infrange spumoso sul canyon e di notte gorgheggia mille suoni paurosi. Uno va al lago per stare in silenzio all’ombra di un salice piangente o di un fico, per cucinare zuppe salutari che altrove non preparerebbe mai, mangiare formaggio stagionato col miele, riflettere su cose come sé stesso, la vita, la semplicità e al contempo l’estrema complessità dell’uomo, sull’esagerata influenza che i parrucchieri ebbero negli anni ’80, sul debito pubblico italiano, se proprio è in vena… e per scrivere, sorseggiando un bicchiere. Generalmente uno va al lago e si aspetta di trovare tutto questo (insieme a qualche crucco coi calzini bianchi di spugna sotto ai sandali Birkenstock, chiaro). Si aspetta di poter fare tutto questo. Insomma non si va al lago per prendere il sole, bere mojito – benché qui fuori sia pieno di ottima mentuccia selvatica che devo ricordare di portare a Roma e socializzare sotto l’ombrellone con la settimana enigmistica. No. Da sempre lo scenario lacustre prevede: cupa solitudine, un amore tormentato ed infelice, malinconici verdi mostri subacquei. Fine della storia. E perciò eccomi in questa casa sul lago x (c’è chi dice che i laghi sono tutti uguali e per Dio forse hanno ragione) affittata per una settimana dietro consiglio spassionato di un collega – “Non sai che pace Raffaele, non sai che pace. Se vuoi stare un po’ da solo è lì che devi andare, ti assicuro!” – Come un bambino passeggio a piedi nudi nel giardino antistante la casa, pieno di piante di cui ignoro i nomi, fatta eccezione per le ortensie, che riconosco e ho sempre riconosciuto dal giorno in cui tanti anni fa mia nonna me ne confessò il nome, proprio in cerca di tutto questo e di riposo dopo un’annata piuttosto stressante a Studio (come capita ogni anno d’altronde). E all’inizio va tutto bene, perché c’è veramente un fico che fa dei frutti dolci e buonissimi, c’è una famiglia di tedeschi silenziosi con due bambini anch’essi silenziosi accanto a me che preparano le loro frittelle con la marmellata d’albicocche e c’è il tintinnio delle loro posate educate sui piatti di porcellana la sera. C’è persino una bottiglia di passito di Pantelleria che il padrone di casa ha lasciato come benvenuto per lo strano ospite romano (deve aver evidentemente gradito il pagamento anticipato dell’intero con carta di credito). Così la prima notte sul lago dormo profondamente con la coperta di lana trovata in un armadio e la mattina seguente mi sveglio completamente rigenerato ed insolitamente pieno di forze e voglia di fare. Mi preparo la colazione dei Campioni, mangio un fico gettandone la buccia oltre la siepe e faccio un salto in città a comprare il giornale per sapere checcazzo di fine sta facendo questo dannato Paese, che poi è il solo che abbiamo (ma la notizia del giorno è che Eto’o non gioca più nell’Inter per un mucchio di soldi e la manovra fa solo da sfondo a questo tardo calciomercato agostano) e poi faccio qualche provvista per i prossimi giorni, perlopiù cibi in scatola. Nel pomeriggio lavo la mia stupida macchina in giardino con la pompa, come un buon padre di famiglia negli anni ’60, cosa che non facevo da circa un anno e mezzo e mi faceva sentire in colpa. Allora mi inginocchio per terra passando bene lo straccio sulla carrozzeria lercia, sudo, smadonno contro il nero delle pasticche dei freni sui cerchioni e la resina dei pini e alla fine mi insapono tutto anch’io in una specie di sacra unione tra me, lo straccio, la macchina, l’erba del prato e tutto quanto il resto e questa fatica giusta mi riempie della sensazione di finito che devono provare i boscaioli quando spaccano la legna da ardere per le loro famiglie e quelle vicine. Ancora sporco di sapone e fili d’erba corro al lago a fare un bagno in boxer (rigorosamente Polo Ralph Lauren), li tolgo, in principio timoroso, ma non c’è nessuno – perché siamo al lago cazzo! – e nessuno dunque mi nota cosicché posso entrare in acqua indisturbato e nuotare fino ad una boa rossa che mi pongo come arrivo senza premio. Al tramonto sono esausto e quando sento l’odore della cucina crucca provenire dalla casa affianco alla mia (stanno tentando di fare un piatto di spaghetti credo) mi decido a preparare la mia semplice cena solitaria. Per scrupolo controllo il cellulare – che ho lasciato tutto il pomeriggio sul letto – sperando come sempre, irrazionalmente, in un messaggio di Cécile. Ed è l’unico momento cupo della giornata, l’unico momento in cui mi fermo veramente a pensare. Per quale motivo avrebbe dovuto farsi sentire proprio oggi dopo più di un anno? Per dirmi cosa poi? Che sei un c o g l i o n e, Raffaele? Anzi, Lele… – Perché Lele è il coglione – Allora è proprio vero che pensare fa male! Che si vive di gran lunga meglio nell’inconsapevolezza propria delle bestie che vagano su e giù dalla mattina alla sera soltanto in cerca di bacche o di un pesce più piccolo da mettere sotto i denti per arrivare a sera. Invece sul telefono non mi ha cercato proprio nessuno, tranne la Vodafone che mi ricorda di affrettarmi se desidero attivare la Summer card – ma io non lo desidero – e un avvocato di Avezzano che ogni anno manda ecumenici auguri di buon ferragosto anche da parte della moglie Loretta (che io non ho mai visto) a tutta la sua rubrica, Dio solo sa come ci sono finito. A parte questo, tutto fila davvero liscio ed è ora di mettermi sul portico, complice la luna piena e gialla, pronto finalmente a leggere qualche pagina di uno dei libri che ho portato qui con me al lago. Tra le opzioni ho: una rilettura dell’Edipo Re di Sofocle, un grande classico; Non buttiamoci giù di Nick Hornby ed i Racconti del grottesco e dell’arabesco di Edgar Allan Poe. Non ho voglia di rileggere l’Edipo Re stasera e non ho neppure voglia di iniziare un romanzo, dunque mi convinco per i Racconti. E poi all’improvviso, senza alcun cattivo presagio che potesse anticiparmi ciò che stava per accadere, crolla tutto e ti viene da dire “No, NO! Cazzo NO!!!” perché nel silenzio più totale dei grilli tristi sento prima un generico tunz-tunz attutito provenire dal buio oltre la siepe (e cazzo non è una citazione, perché sembra proprio dietro la fottuta siepe!) che diventa un Mr. Saxobeat forte e chiaro ma no, mi dico, dev’essere uno scherzo! Poi arriva un vocalist e allora la cosa assume le serie proporzioni che realizzo appieno solo poco più tardi quando infatti a Mr. Saxobeat segue Danza Kuduro, Bob Sinclair feat. Raffaella Carrà e tutto il repertorio dell’estate 2011. Cazzo: c’è una festa sul lago. Un grosso, grossolano errore di valutazione. D’altronde che idiota, è ferragosto e porca puttana anche la gente al lago vuole divertirsi, poveri cristi a cui il destino bastardo ha concesso solo distese d’acqua dolce. Ma per Dio io sono venuto qui per ascoltare i fottuti grilli e leggere Poe! Allora esco impazzito dal cancello brandendo un… tascabile Mondadori, pronto ad aggredire verbalmente qualcuno (il mio pane quotidiano) ma senza una torcia è buio pesto e per quanto ci sia la musica non so neppure dove muovere i passi per queste strade sterrate a me estranee. Così torno indietro sconfitto e gonfio non so, credo di frustrazione e d’odio (chissà perché in francese l’odio è femminile, la haine). Odio verso chi? Il collega che mi ha mandato qui? I poveri cristi della festa giù al lago? Cécile? la Vodafone? Forse tutti, sono incazzato con tutti, sì. Come quando da piccoli (molto piccoli) si fa fatica ad accettare la forza incontrollabile della natura o il caso avverso e ce la prendiamo frignando con mamma o papà (o possibilmente con entrambi), chiaramente incolpevoli – poveracci – ma in quel momento per noi essi non sono che i commessi di quel Principale sempre assente che è Dio, il Responsabile. E noi non vogliamo parlare con il Responsabile, perché non lo conosciamo questo cazzo di Responsabile e in fin dei conti nemmeno ci interessa: vogliamo cazziare soltanto i commessi, dato che è con loro che abbiamo sempre trattato da quando siamo nati, senza che ci avvertissero per bene su questa e quest’altra clausola del contratto. Tuttavia pure bambini intuiamo che c’è qualcosa che puzza: i commessi sono innocenti! Ma qualcuno deve pagare lo stesso il torto. E allora che ben vengano genitori, matrigne, patrigni e babysitter… Ad ogni modo mi rassegno alla festa sul lago, torno dentro casa e chiudo tutto. Mi faccio un bicchierino che diventano due bicchieri di passito e filo a letto, non senza essermi prima accuratamente lavato i denti, sperando che la stanchezza del giorno e l’alcol mi siano d’aiuto e così infatti è, salvo che il giorno dopo mi sveglio con una strana sensazione di fastidio simile a quando a casa manca il caffè o lo zucchero e fuori piove. La giornata prosegue sulla falsariga della precedente, ma la sera si ripete la stessa storia. Questa volta è una festa di compleanno (non c’è pace in questo lago) e cosa ancor peggiore stasera c’è Waka waka e poi l’Alligalli e la salsa, tanta salsa (che ogni volta mi fa pensare al vecchio Sam Paglia, predicatore di organo Hammond emiliano, quando disse “Io la salsa la metto solo sui maccheroni”). Sono stordito. Allora chiamo Massimiliano, forse perché le sue certezze da anni sono le uniche in grado di rassicurarmi, almeno un po’, e Massimiliano è appena tornato dalle vacanze ma riparte dopodomani. Gli domando come va e mi dice: “Oh a Roma non c’è nessuno Raffaé! Potrei tranquillamente sparare con una doppietta ai passanti per strada e non se ne accorgerebbe nessuno… – si rende conto che forse ha esagerato un po’ e si affretta a precisare – Non che abbia intenzione di farlo, ovvio, era solo così… per darti l’idea! Il deserto. Ma… mi senti? Che è ’sto casino in sottofondo?! Renato Zero?! Raffaele ma dove cazzo sei?! Non mi avevi detto che andavi al lago?! Comunque figurati, non ce l’ho manco a casa una doppietta!”. Meno male Massimiliano, meno male. A forza di voler fare la cosa giusta si fanno un sacco di stronzate. E capisco di aver fatto la cosa sbagliata. Lo saluto e mentre in cielo già sento gli scoppi dei fuochi d’artificio in onore della festeggiata, faccio di corsa i bagagli con le mie quattro cose ed i libri che non ho potuto leggere, scrivo un biglietto di ringraziamento per il padrone di casa e salto su in macchina nella notte illuminata da lampi di blu e verde e rosso per il viale che porta alla statale e poi a Roma, la mia cara vecchia Città.

Avv. Raffaele Cane

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